PESARO….TRA ESTATE E AUTUNNO
Sono in un camerino poco dopo l’inizio del quarto concerto di Pesaro. Non c’è troppo da stupirsi se un addetto ai lavori non sta lì davanti ad ascoltarsi lo show tutte le sere. Dopo oltre un mese di prove e qualche data sai a memoria non solo la scaletta ma anche la stesura dei pezzi, gli stop, i cambi delle luci, le inquadrature dei grandi schermi, insomma quasi tutto. Inoltre nel mio lavoro il momento del concerto è quello più tranquillo: devo sbrigare solo poche banali faccende e quindi ho tutto il tempo per rilassarmi, di solito in camerino o vagando a far chiacchiere tra gli uffici della produzione.
Ora scrivo….
Alcuni mi hanno scritto per complimentarsi di questa mia decisione di pubblicare i miei appunti e ringrazio, ma chiedo un favore.
Non chiamate questa cosa diario di bordo. Non mi piace, quello l’ha già fatto il Komandante e io non amo le scopiazzature, e poi diario di bordo è una definizione d’origine marinara, e io sono uomo di montagne…..
Come ho già detto, le date di prova - le cosiddette date zero – servono a mettere a punto gli ultimi dettagli. L’inizio sembrava un po’ monco, e si è sentita la necessità di una introduzione strumentale ( come da antica tradizione del resto…) prima dell’attacco solitario di Stef in Un gran bel film. Nel primo concerto di Pesaro si è fatto un tentativo con un brano di musica classica rimpiazzato poi nelle date successive, e a questo punto definitivamente, da Dawn of Creation, intro di Nostradamus dei Judas Priest. Una scelta che trovo azzeccata, pescata da Guido Elmi in quel mondo hard rock a lui tanto caro. Anche il finale richiedeva una base, come già negli anni passati, ed è stato scelto It’s a shame dei Talk Talk per accompagnare la band in passerella. Il ritmo anni 80’ della canzone dà lo spunto a Cucchia e Stef per una esilarante imitazione dei modelli sulle passerelle dell’alta moda, al termine di una Albachiara impreziosita scenicamente dall’eclatante assolo di Stef e Solieri dall’alto di una pedana mobile che li porta a circa 4 metri d’altezza, e a proposito di altezza non ho parole per descrivervi l’espressione preoccupata dei due chitarristi alle prime prove sulla pedana. Adesso stanno prendendo confidenza, ma all’inizio erano esilaranti, vicini vicini e ben attenti a non avvicinarsi troppo ai bordi della piattaforma nel timore di volare di sotto!!!!
Ma lasciamo perdere per un attimo lo show.
Pesaro sta sul mare, e noi alloggiamo da qualche parte – non chiedetemi di essere più preciso - a neanche un centinaio di metri da un viale affiancato da decine di stabilimenti balneari. Vabbè, l’adriatico non è il basso tirreno, non ha scogli e calette - almeno non qua - e per vedere i flutti spesso bisogna prima avere a che fare con tanto asfalto e cemento, però queste spiagge hanno comunque un loro fascino, specialmente fuori stagione.
Stiamo in un vecchio hotel con tanta storia alle spalle.
Non solo esternamente, ma anche al suo interno la struttura in stile liberty è carica di suggestioni di dolce vita.
Ci sono grandi lampadari a goccia, e tappeti ed arazzi, e mi vengono in mente immagini di vitelloni e teutoniche maggiorate pronte a cadere ai piedi di romagnolissimi bagnini.
Il personale in livrea è obsoleto nelle divise e nei modi, e se a volte un certo atteggiamento affettato può irritare, altre volte fa quasi tenerezza. I clienti, almeno ora in bassa stagione, non sono più gli aristocratici che hanno reso famosa la bella struttura, ma si tratta ormai in maggioranza di russi arricchiti e, per me che sono un fantasioso appassionato di noir, magari anche in odore di guadagni illeciti.
Oltre a noi con tutti i nostri difetti e questi ambigui personaggi in hotel non c’è proprio nessuno. Come ho già detto in un capitolo precedente, l’abbigliamento della gente del rock’n’roll non va molto d’accordo con gli usi di certi posti, e qui più che mai visto il lusso pacchiano ostentato dagli altri clienti, ma del resto anche noi paghiamo come loro, siamo in giro per lavorare e abbiamo il diritto di vestirci come ci pare.
L’estate è agli ultimi sussulti, e in pochi giorni si passa da piacevoli giornate quasi estive in cui certi temerari ancora osano un bagno, ad un brusco calo di temperature con annesse piogge e temporali. Una celebre canzone della Bertè canta le lodi del mare d’inverno, ma anche l’autunno non è poi così male.
Temiamo tristi nottate in solitudine al termine dei concerti, in spettrali atmosfere da Shining in un hotel deserto e poco disponibile a tenere il bar aperto per noi, quando un provvidenziale pub a poche centinaia di metri viene in nostro soccorso.
Il posto chiude tardi, ed è la nostra salvezza.
Non saremo più i giaguari di un tempo, ma tra fare nottate di bagordi e l’andare a letto subito dopo il concerto esiste la sana via di mezzo, e per quello occorrono locali e birre…..
Ci sono entrambe le cose, e pure qualcos’altro di piacevolissimo.
C’è un trio acustico di ragazzi del posto, e suonano e cantano benissimo. Il repertorio è perfetto per gente col nostro background: Crosby Stills Nash e Young, Creedence Clearwater Revival, Bob Bylan, tutta roba per intenditori….
Persino Solieri, solitamente ipercritico, è entusiasta. Tutti i musicisti sanno quanto sia difficile riprodurre gli impasti vocali di certe band, e i ragazzi sono veramente più che all’altezza. Anche la birra è ottima e tra vecchio buon country-rock e scure irlandesi ci lasciamo accompagnare di buon grado verso la fine della serata, una volta scesa l’adrenalina del dopo concerto.
Ciò accade per un paio di sere, poi sopraggiunge la stanchezza….
Alcuni di noi, fra cui il sottoscritto, nei giorni di riposo – in gergo day off – ha necessità di dedicarsi ai propri progetti, e se in queste giornate invece che stare davanti alla televisione te ne vai in studio di registrazione è normale che poi dopo un po’ di concerti inizi a rinunciare anche alle birre e ai pub. C’è un ristorantino di pesce che tiene aperto fino a tardi a pochi passi dall’hotel, e per altri invece c’è Sky o la compagnia della dolce metà….
L’atmosfera dei palasport – ce ne siamo ormai resi conto con piacere– è meno stressante di quella degli stadi ed è più facile fare andar via lo stress, benché ovviamente per chi sta sul palco la tensione al momento del concerto non cambi di una virgola.
E’ il contorno che è diverso…..
Negli stadi dovevamo entrare scortati da polizia o vigili urbani, per esempio, mentre qua ciò per fortuna non accade. Non era una questione di ordine pubblico o di sboroneria ( in bolognese l’atteggiamento di che se la mena NdA. ) ma semplicemente di traffico. Con 50.000 persone in uno stadio – quando non di più – è semplicemente impossibile raggiungere gli ingressi alle sette di sera senza rimanere imbottigliati, a meno che qualcuno non ti apra la strada a sirene spiegate, e lo stesso valeva per il dopo. Toccava di stare in camerino almeno un paio d’ore dopo la fine del concerto per aspettare lo smaltimento della coda di auto in uscita dallo stadio, e ciò non aiuta a mantenere la calma se hai suonato per più di due ore e mezza con tutte le responsabilità del caso.
Ora si arriva dentro senza problemi e si può uscire in mezz’ora, vuoi mettere?
Anche il pubblico credo che patisca meno l’attesa. Un conto è dover prendere posto dietro alle transenne in tarda mattinata sotto al sole cocente di giugno, un conto è farlo al chiuso e al riparo dalle intemperie nel tardo pomeriggio…..
Certamente mi rendo conto che per qualcuno può venire a mancare una certa ritualità, ma sono convinto che dal punto di vista artistico lo spettacolo ci guadagni e anche parecchio….Io ad esempio sento certe finezze strumentali che negli stadi, tra i cori di decine di migliaia di persone, andavano spesso perse, e credo che certe cose arrivino a tutti, indipendentemente dal fatto di essere un musicista dal palato fine o un semplice appassionato fruitore.
Fatto sta che ci stiamo abituando a sensazioni diverse, poi verrà anche l’estero e tutto il resto e sarà tutto ancora più nuovo. Il viaggio è lungo e chissà che sorprese ci riserverà, per ora non ci resta che assaporare le diverse sensazioni.
E’ bello ogni tanto cambiare ritmi e vita…..
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